Crediamo nel cammino

Può essere un’esigenza improvvisa, il bisogno di prendere e scappare. Di allontanarsi dalla quotidianità (frenetica, noiosa o ripetitiva che sia). Di prendere le distanze. Di non farsi avvinghiare. Tutti, in fondo, abbiamo avvertito la necessità di fare una pausa: “Se vado avanti così”, ci siamo detti, “scoppio”.
Può essere una chiamata, una voce che cresce dentro di noi giorno dopo giorno. Che matura nel tempo. Che ci spinge a guardare lontano.
Può essere una necessità o una curiosità. O semplicemente la voglia di posare lo sguardo, e l’anima, su qualcosa di nuovo, mai visto e sentito.
Può essere un pretesto per viaggiare, che diventa molto di più. Un viaggio che non procede orizzontale, sulla superficie, ma scava nel profondo, dentro di noi.
Può essere una fuga, un rifiuto di quello che ci circonda e dal quale torneremo… ma diversi, cambiati.
Può essere il coronamento di una scelta, una conferma o una sorpresa.
Può essere una risposta agli interrogativi che ci assillano da tempo o può rompere con tutte le risposte con le quali siamo soliti rispondere.
Può procedere da un bisogno di silenzio o confronto, di solitudine o partecipazione. Ma un pellegrinaggio è sempre un’esperienza unica e indimenticabile, che arricchisce la vita. Non è mai solo un viaggio fisico, ma un viaggio che ci avvicina a Dio e al creato.

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Il pellegrino (il cristiano che va a Santiago di Compostela, Medjugorje, Lourdes, Fatima e Gerusalemme, ma anche ad Assisi, San Giovanni Rotondo e Loreto; il musulmano che si reca a La Mecca almeno una volta nella vita; l’induista che si immerge nella acque del Gange; l’ebreo che raggiunge il Muro del Pianto) si sveste dai panni della quotidianità e scopre una dimensione altra, di conversione. E guarda il mondo con uno sguardo nuovo, accogliente (“il vero viaggio di scoperta”, scrive Marcel Proust, “non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”): ogni pellegrino si apre alla meraviglia e allo stupore.

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